Mi ha rovinato!
É stato il primo pensiero nel momento in cui sono stato colpito e inchiodato sull’asfalto da una moto in contromano.
Sono in moto, la mia KLE gira regolare con la solita andatura “da Tiglieto”. É un’andatura che ho ormai adottato da alcuni anni percorrendo quella strada che da Voltri sale al Passo del Turchino, scende a Masone e poi da Rossiglione prosegue per Tiglieto e Sassello. Strada panoramica, ricca di scorci curiosi e contornata da boschi di castagni e querce. Non corro su quella strada: lo fanno già in troppi e troppi sono quelli che vengono attratti dall’asfalto per lasciare una firma sotto forma di strisciata. Non sono solo le moto a confondere la SS 456 con la pista, anche le auto prendono parte a questa confusione di identità: pista-strada.
Chi conosce la KLE sa che è “un trattorino” e non certo una moto da performance sportive. A me piace per questo: piacere di guida, piacere di non trascurare il paesaggio, piacere di notare che… i consumi sono ridotti.
Il 22 agosto rientro da Tiglieto, ho salutato mia madre e i miei nipoti e sono in viaggio per rientrare a Sestri. Lascio Rossiglione. Mancano due o tre chilometri a Campo Ligure.
Un rombo intenso che giunge da oltre una curva mi porta a verificare la mia andatura: 50 km/h in sesta marcia mi conferma che sono sul mio standard di viaggio.
Dalla curva a sinistra sbuca contromano una supermoto azzurra e bianca. Immediata la percezione del dramma. La moto sembra che non abbia neppure impostato la curva e in un lampo mi colpisce in pieno sul lato sinistro. Sgomento, rabbia, dolore acuto. In un lampo una tragedia.
Mi sento proiettare in avanti e immediatamente si accende la consapevolezza che: “mi ha rovinato”!
Sono inchiodato sull’asfalto con la KLE appoggiata sulla gamba destra. Non sento il braccio sinistro e neppure la gamba sinistra. Poi mi guardo e scopro che il mio femore è spezzato in due, ha lacerato i jeans ed è rivolto al cielo. Il piede è tutto capovolto e sembra che siano scomparse le dita, la gamba si è afflosciata e non capisco che forma abbia ora. Il braccio mi preoccupa ancor di più, stento a muovere le dita, ma scopro che l’idea del movimento non corrisponde al risultato. Una parte del pollice è scomparsa.
Si fermano alcuni automobilisti e si prodigano per aiutarmi, sono io che insisto che non mi tocchino e che chiamino immediatamente il 118. Ho ancora il casco integrale, non riesco a sentire bene né farmi capire. Decido di toglierlo da solo. Può essere imprudente togliere il casco per la possibile variazione di pressione interna della testa, è per questo che prima di sganciarlo provo a serrare la mandibola per controllare lo stato dei denti, verifico che la vista sia precisa anche dopo aver eseguito un’espirazione a bocca e naso chiusi. Tutto bene e allora sgancio e sfilo il casco. Alcuni vogliono togliermi la giacca, ma è una giacca tecnica con protezioni e non può essere sfilata come una maglietta di lana. Do indicazioni su come fare e quando finalmente scopro il braccio sinistro mi assale lo sgomento di una massa rossa fluttuante con ossa esposte e la mano capovolta in una posizione assurda e innaturale. Il sangue sta scorrendo sull’asfalto e non capisco se ne esce di più dal braccio o dalla gamba. La situazione mi appare grave.
Voglio rimanere lucido. Sento un brivido gelido che mi pervade, dico di sbrigarsi. con i soccorsi perché mi accorgo che non potrò resistere a lungo.
Un attimo di vista scura e mi si accende la consapevolezza di essere ormai alla fine. Combatto con me stesso, mi faccio consegnare i documenti chiusi nel baule della moto e poi li consegno ai Carabinieri dando loro i miei dati. Sono solo, inchiodato sull’asfalto. Telefono ad Alberta, a Paola. A Sara non riesco più, le forze mi lasciano e la disperazione prende il sopravvento.
Combatto ancora, via la disperazione e cerco di capire cosa succede intorno. Vengo caricato sull’ambulanza quando atterra l’elicottero. Inizia una sensazione di grande spossatezza e sonno: resisto. Vedo il medico dell’elisoccorso chino su di me. Ormai devo affidarmi, mi mancano le forze. Penso alla mia vita, penso che sto per lasciare chi amo, penso che ho cercato di comportarmi onestamente. Sono stanco. Tutto diventa nero e silenzio.