Inserito da: studioilmovimento | 21 Giugno 2009

Attività motoria: un handicap in partenza?

Bel titolo per gli addetti ai lavori!
L’argomento mi è stato ispirato dalla lettura del PEP (una delle innumerevoli sigle e acronimi che costellano il mondo della scuola quando si parla di handicap). Ho visto relazionare come evento risolutivo, 20 minuti di cosiddetta “psicomotricità” e trascurare le ore di educazione fisica settimanale.
Sempre ben poca cosa, ma importante e determinante per la costruzione di eventi di socializzazione, osservazione semiologica, stimolazione neuro-motoria, strutturazione dello schema corporeo, evoluzione dell’esperienza posturale nella gestione dell’equilibrio dinamico.
Determinante poi la strutturazione della multilateralità su base esperienziale attraverso una metodologia di costruzione di giochi “fuori dalle regole” oppure con regole nuove, inventate, autocostruite, adattate.
La “psicomotricità” è sicuramente importante, ma oggi è come continuare a precisare che siamo in un sistema eliocentrico (…e anche questo concetto oggi sta per essere superato).
Se si è così precisi da scrivere “psicomotricità”, allora specifichiamo quale tipo, a quale età mi rivolgo, quale approccio didattico e metodologico, quale prassi seguo nella proposta motoria.
Comprendo la simbolizzazione grafica del movimento?
Perchè scelgo la “psicomotricità”?
Occorre una sensibilizzazione propriocettiva su base esperienziale?
Ritengo di affiancare le ore di EF con una attività individuale di recupero?
Quale motivazione?
Tante domande che si rincorrono all’infinito, ma che per gli addetti ai lavori sono tappe fondamentali e talvolta scontate, ovvie. Per gli addetti ai lavori, gli Altri scrivono un po’ per gratificarsi con una parola accentata (..fa più rumore?).
Sarebbe bello combattere l’analfabetismo di ritorno che affligge chi magari ha sentito parlare di alcune strategie educative, ma che non ha avuto il tempo di approfondirle.
Non è colpa di nessuno.
Però se si cominciasse a confrontarsi con santa uniltà e chiedere una collaborazione e poi, quando saremo più grandi, anche un aiuto.
Non è un disonore ammettere: “non lo so, non so come affrontare il problema, mi aiuti?”.
A me capita di ritenere una ricchezza il poter chiedere aiuto a chi è migliore di me e a chi ha maggiore esperienza.
Proviamo a cambiare noi, essere più sicuri dentro, buttare la maschera di saccente e ricordare che il corpo comunque comunica con assoluta precisione il nostro stato d’animo e se siamo sinceri o “bariamo” (ricordiamo la programmazione neurolinguistica?).
Oggi si lavora solo in squadra e in squadra si vince.
MI trovo a parlare in tutta libertà con illustri specialisti in ortopedia, fisiatria, cinesiologia ed è bello scambiare pareri professionali in tutta serenità nell’intento di concorrere al bene e alla salute della Persona.
Verba vana?
Speriamo di no.
(delle volte la passione per un lavoro estremamente creativo e coinvolgente mi scalda un po’ …. sarà l’età)
;-)


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